Chiacchiere sulle fake news

Di fronte ad uno schermo

La situazione di emergenza legata al coronavirus qui in Italia ci ha portato a molte domande e a riflettere sull’irrazionalità e sulla comunicazione. Inizialmente le notizie hanno putroppo portato molte persone al caos e al panico, nella modalità in cui sono state espresse e trasmesse; soprattutto su internet le fake news e le chiacchiere erano confondenti. Senza dare giudizio sulle paure dell’essere umano, che sono legittime in situazioni di pericolo, vorrei su questo spazio capire quello che penso. Forse la parola irrazionalità può descrivere un modo di pensare o un modo di agire che o non è logico o non prende atto di informazioni e conoscenze corrette. Sicuramente è molto più complicato di come cerco di descrivere. Abbiamo accesso a notizie provenienti da ogni recesso della rete e da tante parti del mondo, notizie numerosissime così come i fatti che accadono ogni giorno. Le fake news sono una piaga della rete ormai da diverso tempo e ci sviano o raccontano di falsità. Non è una novità che alimentino la disinformazione e legittimano l’opinionista di turno alla chiacchiera. Ma a monte perchè noi cadiamo in errore? Sappiamo troppo poco. E poi, siamo in grado di comprendere che non tutto è veritiero? Siamo in grado di distinguere una Notizia da una Mezza verità? Che cos’è la verità, o meglio, siamo in grado di domandarci che cosa è vero e che cosa è falso, o in altre parole, abbiamo o abbiamo mai avuto un senso critico che ci consenta di discriminare le due cose? Sono verità filtrate, verità parziali, verità assolute? Verità distorte? Paradossalmente, tra tante possibilità e informazioni, ci troviamo isolati nel mare delle connessioni delle pagine, talvolta orientati nella scelta e dirottati senza trovare risposta. Abbiamo un altoparlante collegato a un filo, mentre dall’altro lato c’è solo l’altro capo del filo, una cordicella interrotta, un meccanismo cieco. Le nostre parole non devono disperdersi, noi non dobbiamo ammutolire e dobbiamo ancora cercare. Il click sulle macchine non può sostituire il dialogo tra due persone.

Dovremmo fare attenzione anche al fine: alcune forme di comunicazione non sono esplicite ma indirette. Silenziosamente, lentamente, di giorno in giorno possono condizionarci nelle scelte; possono irrompere rapidamente, frastornarci, sviarci dai nostri reali bisogni. Così gradualmente ci allontaniamo, magari senza rendercene conto, dai nostri bisogni reali psichici e fisici, e dal bisogno di mettere a frutto le nostre facoltà. Per certi aspetti, in questa direzione possiamo arrivare ad annichilirci, a involverci, a perdere le nostre facoltà, saturi nei nostri bisogni (indotti). Non consentiamo alle idee distorte e implicite di insinuarsi nella nostra mente: non facciamoci svuotare la mente e calpestare nel nostro valore.

Forse saremmo meno creduloni se sapessimo di più e non alimenteremmo le fake news; se fossimo più vicini a noi stessi e ponderassimo meglio i nostri click, potremmo perfino vivere meglio. Se prendessimo atto del nostro valore, ci ribelleremmo all’essere considerati consumatori omologati e piatti.

Se è vero che abbiamo una mente e un corpo, oltre uno schermo, dove le nostre idee possono arrivare?

“Le masse non si ribellano mai in maniera spontanea, e non si ribellano perché sono oppresse. In realtà, fino a quando non si consente loro di poter fare confronti, non acquisiscono neanche coscienza di essere oppresse.” Orwell

Random lyrics

“Our consciences are always so much heavier than our egos
I set my expectations high
So nothing ever comes out right

I’m so sick of wasting all my time
How did I survive?
I need a little sympathy
Disarm my insecurities

So shoot a star on the boulevard tonight
I think I’ll figure it out with a little more time
But who needs time?

I’ve got my heavy heart to hold me down
Once it falls apart, my head’s in the clouds
So I’m taking every chance I’ve got
Like the man I know I’m not “

Cos’è la creatività?

creatività: Virtù creativa, capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia. – Treccani La parola creatività entra nel lessico italiano dagli anni ’50. Tutti gli uomini possono essere creativi, cioè sanno rintracciare nuovi legami tra elementi già noti? Tutti sanno essere fantasiosi e ideare nuovi nessi? Inventare e giungere a conclusioni innovative? Forse l’uomo creativo è quell’uomo che a partire da tutto ciò che ha già dentro ricombina gli elementi e plasma qualcosa di nuovo. E’ animato da un impulso che lo spinge al cambiamento, ad abbandonare ciò che è noto per raggiungere un nuovo orizzonte. Può condurlo verso una nuova destinazione e con vari mezzi e strumenti. Può ordinare delle parole in versi, partire da un foglio bianco e una matita, da un legno e una pietra focaia. Poincarè ci dice che colui che crea dà forma a qualcosa di nuovo, inedito nella storia dell’uomo, significativo e degno di nota agli occhi di altri, quindi riconosciuto nel suo valore.

"Gli altri hanno visto quello che c’è già e si sono chiesti perché. Io ho visto ciò che potrebbe essere e mi sono chiesto perché no." -Picasso

Può darsi che la creatività richieda coraggio, ovvero il coraggio di sbilanciarsi, di lasciare ciò che è noto verso una nuova meta sconosciuta ma promettente, di abbandonarsi al flusso senza timore di non ritrovarsi. Magari per esprimere la creatività serve affidarsi al proprio intuito, ad un sesto senso, ad uno stato interiore al tempo stesso di tensione e trasporto. Comunque, probabilmente, abbiamo bisogno di rintracciare una struttura e delle regole attraverso cui plasmare un prodotto della nostra creatività, di assiomi e capisaldi del nostro ambito. Un limite dipende dal punto di vista. Per esempio esistono diverse tecniche artistiche e regole di metrica: se non le conosco potrò fare qualcosa di nuovo; mi viene da chiedermi che rapporto avrebbe quel qualcosa di nuovo con “tutto ciò che viene prima”; chi ha creato conosceva la storia del suo mezzo di espressione? Comunque, potrebbe essere ancora considerato prodotto storico (frutto dell’uomo, in un preciso momento e contesto) ed affonderebbe le sue radici nei problemi e nel contesto di quella data età e nella condizione di quel determinato uomo; forse nel realizzare qualcosa nell’ignoranza delle regole (quando non ne siamo a conoscenza), dimentichiamo che siamo frutto di una stratificazione, di tutto ciò che gli uomini prima della nostra nascita hanno ideato, concluso, e su cui loro hanno riflettuto; comunque non è mancato chi le regole le ha sovvertite. Non so se sarebbe giusto o sbagliato realizzare qualcosa con una regola o una tecnica nota o decidere di non adottarla, forse il prodotto della nostra creatività trascende le categorie di giusto e sbagliato. Possiamo dire che un’opera d’arte o una poesia descrivono qualcosa che per noi è eticamente o moralmente giusto o sbagliato, però giusto e sbagliato non sono attribuibili a quell’opera. E’ stata una scelta del creativo. Un’opera d’arte è quella che è, non solo esteticamente ma nel il suo valore (le sue qualificazioni, il valore che gli attribuiamo, come ha inciso sulla storia del rapporto dell’uomo e dell’arte operando una frattura, un nuovo modus operandi, un elemento inedito…)… Sicuramente i critici d’arte, i filosofi e i letterati danno spiegazioni più ampie e coinvolgenti. Sono sicura che la creatività richiede coraggio. Se abbiamo una pagina bianca davanti e una matita, potremmo potenzialmente creare di tutto e con varie tecniche possibili. Se il timore del foglio bianco, del “tracciare una linea che non riproduce fedelmente un oggetto da riprodurre” superasse il desiderio di “plasmare”, probabilmente non tracceremmo nessun tratto o saremmo molto esitanti e imbalsamati, magari animati dalla convinzione che “noi non siamo capaci” o che “verrà bruttissimo”. Invece, quando il nostro desiderio supera i nostri possibili timori (presenti o assenti, noti o non noti), dentro sappiamo che “è ovvio che ce la faremo”; allora il nostro desiderio si farà spazio e la matita sarà un nostro mezzo, una parte di mano e di mente, con cui emergeranno segni che completeranno una nostra rappresentazione. Probabilmente trasporremmo i nostri modelli di rappresentazione della realtà in un’altra forma (come se noi avessimo delle coordinate soggettive per capire il mondo, spiegarcelo e raccontarlo che trovano uno spazio al di fuori di noi…su un foglio). Se usassimo parole per creare dei nuovi versi, potremo veicolare significati a parole; se preferissimo figure per creare qualcosa, trasporremmo significati con un mezzo non verbale. Quindi il secondo modo consentirebbe di comunicare significati pre-verbali e, si ritiene, archetipici, inconsci… Comunque vedano un’opera d’arte gli psicoanalisti, c’è da dire che il suo valore è scevro da interpretazioni che, pur plausibili, costituirebbero un filtro parziale di lettura che da solo non può descrivere la complessità di un uomo, di un autore, di un grande artista innovatore, del processo artistico con il suo valore catartico. Voglio dire che dare della creatività e a “ciò che l’uomo crea” interpretazioni monotematiche e compartimentate non potrà restituirci il suo significato essenziale. Il suo valore vitale dal punto di vista antropologico, spirituale, sacrale… Può darsi che la creatività sia stata necessaria per adopearsi nel superare un ostacolo o nel raggiungere un obbiettivo. Ad esempio ordinare delle parole chiave su un foglio per elaborare in gruppo una idea nuova e riflettere sui nessi tra le parole. Oppure ad esempio gli antichi rappresentavano uomini, animali, lotte, divinità, formule con funzione apotropaica, divinatoria, rituale o per descrivere un trionfo ad esempio con fine celebrativo. Qualunque siano state le ragioni che hanno portato gli uomini a “creare”, “ideare” e quindi esprimere, certamente dovevano essere viscerali, forse insite nella nostra natura, nelle nostre necessità. Magari D’Annunzio, che amava l’ardore (e essere plateale…), avrà potuto sentire la necessità di mostrarsi; ma probabilmente, nel rispondere a questo ipotetico bisogno, non avrà potuto non apprezzare l’atto del fare poesia. Quello che voglio dire è che indipendentemente dai nostri bisogni, fare arte è un momento di liberazione, catarsi, abbandono, divertimento che chi ha l’abitudine di creare ama. Voglio dire che l’essere creativi può essere un modo per rispondere ad un bisogno, ma è nell’atto del creare che la creatività si manifesta. E l’atto del creare è un universo ricco, un po’ come l’atto dello studiare per amore della conoscienza. E’ qualcosa di simile. Appartiene al dominio del “fare” perchè chi crea deve “agire”, quindi si deve mettere nel flusso, in movimento, fluttuare verso la nuova forma, plasmare la nuova forma. Ad alcuni, la capacità di “plasmare” (o di esprimere qualcosa in una forma, ad esempio una scultura realistica) dovette sembrare straordinaria, sovraumana tanto che in vari antichi miti, un dio plasma l’uomo come un artigiano con un vaso di argilla su un tornio.

“Abituato a trascurare i dettagli e a guardare solo le cime, passava da una vetta all’altra con una velocità sorprendente ed i fatti che egli scopriva si raggruppavano essi stessi intorno al loro centro e si organizzavano istantaneamente e automaticamente nella sua memoria.” Belliver (1956) su Poincarè

See through

Romainmôtier, Jan Reymond

Cinque anni fa pensavo: “quando entro in libreria mi sento persa, ci sono troppi libri accatastati e non riesco a trovare un ordine. Ci sono delle sezioni, ma non ho mai capito se veramente bisogna andarci con un’idea precisa a priori, in quella sezione lì, trovare l’iniziale dell’autore e poi quel libro lì…. Oppure se bisogna chiedere per trovare il titolo di un libro.” Dopo quella volta, andando in libreria ho cercato di orientarmi un po’ di più, ma non trovavo un senso di insieme. Allora mi sono trovata accanto un libro tra gli scaffali e le persone su cui mi è caduto l’occhio; non ero troppo entusiasta, ma dovevo prenderne uno, uno che almeno a pelle mi ispirasse, o con cui sentivo un senso di connessione; forse mi ha attirato il titolo: “Le pagine della nostra vita” di Nikolas Sparks. Una noia infinita, una lentezza…Non l’ho mai finito e il film era più emozionante. Ho sbagliato un paio di volte genere, allora quei libri restano lì sulla mensola e non so ancora cosa farci; magari devono davvero occupare un loro spazio e dovrei lasciarlì lì dove sono, tra gli altri in ordine cronologico, come a dire che hanno ragione di essere anche se non sono ancora stati letti. Pessime scelte a parte, ora qualcosa di interessante l’ho trovato finalmente, l’ho trovato in un modo inaspettato, ovvero per caso sollevando altri libri sul fondo di un ultimo ripiano dimenticato in basso. Ho avuto paura di leggere alcuni libri perchè pensavo che mi avrebbero cambiato, strillato quello che non volevo ancora sapere; quando sento che la cosa si ripropone sento che devo lasciarli dove sono; magari appartengono ad un altro momento. Sembra che i libri ci possano chiamare nel momento giusto della vita, quando ne abbiamo bisogno e spesso per caso. Li troviamo lungo le vie man mano che camminiamo. Quello che è successo l’aspettavo da un po’. Non volevo deciderlo, anticiparlo o forzarlo, perchè non sarebbe stato vero. Volevo trovare il necessario per capire ma non avevo considerato cosa era necessario, anche se cercavo di capire con quello che sapevo.

Leggiamo belle cose, ma non possiamo sentirle fino in fondo finché non abbiamo ripercorso gli stessi passi dell’autore” Keats

Children of photographer W. Eugene Smith walking hand-in-hand in woods behind his home, in photo entitled “The Walk to Paradise Garden”

First Post

Nuovi orizzonti

Avevo già un sito wordpress, ma l’ho eliminato perchè gli avevo legato malinconia e pesantezza. Vorrei uno spazio bianco dove scrivere parole e chiacchiere mentali in libertà, senza valori preimpostati dai social. L’orizzonte è quello che vediamo lontano nel nostro campo del visibile, irraggiungibile, e che forse speriamo di raggiungere. Più di uno perchè siamo oltre i limiti della nostra mente. Non mi interessa che chi mi conosce legga quello che scrivo qua sopra, voglio solo essere libera. Può piacere, non piacere, essere o meno d’accordo ma a me non interessa.

Be inspired

Cercavo uno spazio per scrivere e disegnare. Vuoto, bianco, essenziale, con un font piacevole. Perché adattarsi ai social non è una scelta obbligata, e questa è un’alternativa. Perchè ho bisogno di uno spazio su cui condividere da tastiera quello che sento fare parte della mia vita e la miamia creatività, i miei interessi, le mie curiosità. Perchè avevo, questo mezzo anni fa, tra blog e forum.

Aprirsi e condividere non equivale a omologarsi.

I social non possono essere adatti… Pubblicità, consumo passivo, foto a grandezza preimpostata, grandi poeti moderni. E invece ci siamo anche noi, noi che abbiamo bisogno di essere noi stessi senza filtri, anche online. Una sorta di supporto in digitale alla nostra identità, per ricordare e per fare un collage dei nostri momenti, dei nostri monologhi interiori, o per esprimere noi stessi.

Il suono della tastiera, affondare ogni tasto, scrivere mettendo a lato carta e penna è qualcosa di simile alla sensazione che dovevano provare con le macchine da scrivere. Il profumo dell’inchiostro non c’è, il foglio stropicciato neanche, ma anche questa tastiera si inceppa ogni tanto sui tasti più vissuti ( x e 6), perché sono stati premuti troppo e ridendo troppo, o perché sono stati staccati con le unghie per rabbia.

Questo vorrei tra me e il digitale. Caratteri, html, grafiche ordinate, disegni in slideshow o affiancati, i colori che voglio. Un piccolo mondo, come una capanna in una radura.

Senza la pretesa di apparire o essere letta o essere conosciuta. Non voglio consumo. Voglio solo parole. Non voglio neanche interpretazioni, occhi dall’altro lato. Vorrei eludere gli esseri umani che potrebbero capitare qua. Voglio solo creare il mio spazio o un archivio in digitale.